C’era una volta un ragazzo dell’Accademia di Belle arti che raccontava il suo desiderio di partire con il furgoncino come facevano i figli dei fiori, questa idea non mi era mai balenata per la testa, ma per qualche strano motivo mi sono ritrovata da lì a poco esattamente su un furgoncino con le mie 2 care amiche nel viaggio più entusiasmante dei nostri 20 anni. Salutando questo tizio dal finestrino siamo partite da Genova verso una destinazione qualunque verso la Spagna costeggiando tutta la costa francese. I giorni a disposizione: 9. Il nono giorno il furgoncino si sarebbe “trasformato in zucca” come citano le più belle fiabe. Con la consapevolezza che il richiamo dell’arte ci avrebbe guidate, il quaderno di viaggio riportava già esilaranti anedotti e scavalcando un timido inizio dei Pirenei ci siamo trovate, come per magia, forse seguendo un misterioso richiamo per artisti, di fronte ad un castello rosso con giganti uova dorate sui bastioni. Vi sembra anche questa citazione di una fiaba? No, non lo è, perchè vi sto portando a Figueres nella Casa Museo di Dalì.

Il museo era in precedenza un teatro dove Dalí aveva esposto per la prima volta da bambino ed una volta diventato famoso artista, ha ripensato e ridisegnato il luogo in cui ha anche abitato realizzando il primo edificio surrealista al mondo. Ci sono altre 2 case museo di sua proprietà intorno a quei luoghi, ma questo è il più ricco di opere e sono raccontate cronologicamente.

La bellissima facciata sembra ancor più imponente con la lunghissima fila di turisti, ma noi, sempre seguendo una specie di intuizione creativa, chiedendo informazioni all’ingresso ci siamo trovate all’interno del museo scavalcando di fatto a piè pari tutta la fila come per magia.

Siamo fisicamente dentro una gigante opera che contiene migliaia di opere da scoprire e ammirare e poniamo l’attenzione ad ogni singola immagine, installazione, sculture, immagini con doppi o multipli significati, multiple visioni, vari strati di lettura. Lo spettatore compie a sua volta un lavoro mentale davanti questi spazi.

Salvador Dalí, l’artista più narcisista, ambizioso e visionario del XX secolo, ha lasciato questo museo ai posteri protraendo nel tempo e nello spazio il suo smisurato ego e genio poichè i fruitori hanno l’impressione di averlo vicino durante tutto il percorso di visita. Le sue opere non si possono ridurre in banali aggettivi come “belle”, o “interessanti” , siamo di fronte a quel tipo di creatività potente, che va un po’ oltre l’opera stessa ed è molto raro raggiungere una qualità così elevata su tutta una produzione artistica. Nel suo caso la padronanza tecnica è fondamentale tanto quanto l’idea.

Si può ben dire di aver compiuto un viaggio nel viaggio perchè, come teorizzato da Einstein nella teoria della relatività e da Dalì nello studio degli orologi molli e della quarta dimensione, il tempo ha una misura soggettiva. Non si tratta quindi di una visita ad un museo comune, si tratta di un luogo magico, anzi, surreale che cambia la percezione interiore dei visitatori per sempre.